D’altronde si ha a disposizione una vita soltanto. Sta a noi uomini decidere cosa farne.
Io l’avevo sprecata e non mi sarebbe più servita perché non potevo riparare agli sbagli che avevo commesso e non riuscivo a tornare indietro. Volevo dimenticare il passato ma non era possibile, ciò che era successo faceva parte di me e nessuno avrebbe potuto mai cancellare i ricordi che turbavano la mia mente.
C’era solo una risposta.
Guardando il mare, mi convinsi che il mondo era fatto di meraviglie, ma la cosa peggiore era che io non me ne ero mai accorta.
In quel momento capii che si poteva sopravvivere di sole emozioni offerte dalla natura. Il vento disseta, il mare nutre e il cielo ha il compito più importante, perché sa infondere gioia, libertà e soprattutto ciò che serviva a me in quel momento: il coraggio.
Camminai lungo la riva davanti alle onde che mi bagnavano i piedi e che tornavano poi al mare. Uno sguardo ancora al firmamento che quella sera presentava il suo tramonto. Non avevo mai visto tanti colori insieme a formare una cosa così naturale e allo stesso tempo sorprendente.
Mi avviai verso la costa a strapiombo e lasciai alle mie spalle la spiaggia formata dalla piccola insenatura e le onde che s’infrangevano sulle pietre.
Salii la gradinata a sinistra. Erano esattamente 120 gradini scivolosi senza sostegno, ma non ebbi paura e finalmente arrivai in cima. Quella era la punta più alta dell’isola in cui vivevo, l’“Isola delle Aquile”. Era chiamata così perché ogni tanto, quando il mare era calmo e regnava il silenzio, compariva un’aquila grande e maestosa la cui apertura alare misurava almeno due metri a quanto dicevano. Io però non l’avevo mai vista e non c’era da sorprendersi, tante erano le belle realtà della vita che mi ero persa.
Dietro di me c’era il vecchio faro. La sua luce era accesa da cent’anni e in questo tempo aveva visto tante cose e uomini e tanti viaggi nel mare, barche a vela e altre navi.
Sulle pareti della torre luminosa c’erano quattro finestre, una per ogni piano fino in alto, dove vennero poi infissi dei pannelli in vetro e degli specchi per riflettere meglio la luce del faro.
L’ingresso era costituito da una piccola porta in legno ormai consumata dalle intemperie ed era praticamente libero a tutti, perché nessuno aveva mai pensato di chiuderlo a chiave. All’interno c’era solo una ripida scala a chiocciola, ma era pericolosa dato che i pioli erano forse più vecchi della porta d’entrata.
Ormai il sole era tramontato ed ero scalza perché avevo lasciato le scarpe vicino alla riva, ma non c’era da preoccuparsi, erano talmente malandate che a nessuno sarebbe venuto in mente di rubarle.
Sull’erba la rugiada dell’ultima pioggia rinfrescò ancora una volta i miei piedi, ma non avevo troppo freddo anche se indossavo solo un leggero vestito. Guardai tutto ciò che mi circondava, il villaggio lontano, le luci nel mare e il mio abito a pois azzurro per cercare qualcosa che mi potesse in qualche modo unire a quel mondo e che mi convincesse a restare. Dopo un minuto capii che mai ci sarebbe stato un legame che mi avrebbe trattenuta.
Calò la notte e a un passo da me c’era il buio assoluto e più in fondo il mare, ma non si vedeva perché la costa era talmente alta da nascondere tutto il paesaggio oscuro davanti a me. Solo il contorno delle isole in lontananza era ancora visibile, ma poco dopo sarebbe stato tutto nero.
Solamente il fruscio del vento mi accompagnava in quella serata estiva. Intorno a me nient’altro.
Respirai a pieni polmoni fino al momento cruciale. Allargai le braccia, sentivo dentro tutto il potere dell’oceano. Alzai lo sguardo. Milioni di stelle nel cielo splendevano come mai prima.
Un altro respiro. In quel momento tutto il passato mi sfrecciò davanti agli occhi: il litigio con mia madre, la sua morte e la mia fuga da casa, fino in quell’isola, su quella costa e poi il mio compleanno. Giusto, quello era il giorno del mio sedicesimo compleanno. Il 10 agosto. Con tutto ciò che era accaduto me ne ero dimenticata. Poco importava ormai.
All’improvviso una scia di luce m’illuminò il viso. Era una stella cadente.
Un ultimo respiro lungo, interminabile.
Un passo in avanti.
Fu così che morii.
Bellissimo racconto, coinvolgente ed emozionante, ma continua? Speriamo...
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