sabato 6 novembre 2010

Il posto accanto alla finestra

Settembre 2009


In classe sono seduta accanto alla finestra.
Il posto non è dei migliori se la tua testa è altrove, perché accanto alla finestra si può solo pensare. Nelle lunghe ore di scuola rivedi la tua vita, cerchi di capirla, la capovolgi.
La situazione può solo che peggiorare quando la professoressa parla, parla e parla. Il suono della sua voce scorre attraverso i banchi e si insinua nella mente dei compagni, ma non nella tua, perché se sei seduto accanto alla finestra, allora sei impenetrabile. Le equazioni, le frasi latine e le definizioni matematiche ti sfiorano l’orecchio per poi cadere e morire. Tutti a parte te le hanno ascoltate, magari comprese o perlomeno sentite.
Tu sei oltre le mura della scuola, oltre la finestra, oltre le cose concrete.
La maggior parte delle volte pensi a qualcosa di non preciso, di vago ma sei così concentrato da non sentire i rumori intorno a te.
Al di là dei vetri sporchi della mia classe si può osservare il parco della scuola. E’ grande e verde. Gli immensi pini superano la finestra, la classe e persino il tetto dell’edificio.
Un vialetto da poco costruito in seguito a numerose proteste, attraversa l’area fino alla succursale decadente.
Il parco cattura tutta la mia attenzione ogni giorno ed io lo studio in ogni suo dettaglio. Non ci crederete, ma ha perfino un carattere.
Quando piove è antipatico. Il paesaggio diventa grigio e noioso, anche se non più della lezione. Quando piove il verde si spegne e i pini piangono.
I colori si riaccendono solo davanti al sole di giugno. Il cielo è azzurro e limpido e il caldo attraversa la finestra. Ha lo stesso effetto del profumo dolce di una torta appena sfornata, infatti le pareti della classe diventano tutto d’un tratto strette e non riesci più a respirare. Devi uscire all’aria aperta. Senti già nei tuoi pensieri la boccata d’ossigeno che ti riempirà i polmoni.
Ma sei bloccato lì ancora per due ore.
Cerchi di stare attento alla lezione per sperare e controllare il tempo che DEVE passare. Il sole ti chiama. Ti brucia la pelle e ti fa sudare la fronte. Sì, è quello il suo richiamo.
Ma non puoi andargli incontro ancora. Manca un’ora, una lunga e interminabile ora.
Il caldo ti soffoca e i tuoi pensieri agiscono al contrario. “Maledetto sole!” grida la tua mente. E lì finisce la magia del parco.

In classe sono seduta accanto alla finestra.
Nel parco gruppi di ragazzi corrono e si allenano. Il suono del fischietto del prof di ginnastica oltrepassa il vetro della finestra e ti ricorda dove sei, in un’aula buia e troppo silenziosa.
Ti hanno risvegliato, ma faresti di tutto pur di non ascoltare la lezione!
Ti guardi i piedi ciondolanti e l’abbigliamento un po’ incasinato, di moda.
Così rientri nel mondo magico e illusorio dei pensieri.
La mia fantasia ha imparato a correre. Sfreccia anzi. La mia fantasia sfrenata agisce su diverse frequenze. Posso pensare a più cose nello stesso momento.
Quando non ho problemi e non mi crogiolo nei miei stupidi e insignificanti sbagli, mi annoio. Odio la noia, è terribile e soprattutto crudele!
Il motivo?
La mia mente ha creato una lista, una lista dei ricordi brutti, o in parole povere di tutte le figuracce che ho fatto ( io ho una gran paura dei giudizi delle persone ).
Questa lista salta fuori quando non ho niente a cui pensare.
Ora osservate il mio flusso di pensieri:

“Che noia!”
“A cosa penso adesso?”
“LISTA!”
“No, non voglio pensare a quello!”
“LISTA!”
“NO!”
“LISTA!”

Insomma, è così che vince la vocina che mi urla “LISTA!” quando mi annoio. Odio la noia!
Non voglio soffermarmi a parlare delle figuracce che ho fatto. Sono tutte in attesa di essere dimenticate. L’attesa è lunga, terrificante …

Ora penso che dovrei presentarmi.
Eccomi, sono quella che vedete lì seduta accanto alla finestra! Jeans che cercano di essere alla moda, scarpe che cercano di essere alla moda e maglia che, immaginate, cerca di essere alla moda.
Il mio obbiettivo nella vita: essere oggetto di invidia.
Non ci sono ancora riuscita.
Mi piace descrivermi come una persona ottimista, ma non diciamo palle! Non mi guarderanno MAI! Non mi invidieranno MAI! Continuerò a guardare il parco oltre alla finestra come una scema.
Io non sono nata per essere alla moda. Questo è un dato di fatto. I jeans fighi, le Converse sporche e i capelli piastrati forse nemmeno mi piacciono, ma appaio in questo modo.
So benissimo che sto cercando di essere qualcun’altro, qualcuno che non sono.
E sono al corrente che è sbagliato. Do la colpa all’adolescenza.
Certo è facile scaricare la responsabilità ad un periodo della vita in cui si diventa stupidi e deficienti!
Dovrei solo cercare di essere me stessa, ma dato che la vera Martina non piace granché, allora per adesso sono qualcun altro.
Io ho paura, anzi sono terrorizzata dalla gente. Sono una persona amichevole, ma i miei capelli devono essere a posto, la maglietta guai se è sporca e i jeans non devono cadere!
Una volta facevo pallavolo, ma ho smesso. La verità? Paura della folla che mi guardava giocare.
Adesso che ci penso, sapete perché vado bene a scuola? Forse è perché ho paura delle grida e dei rimproveri della prof.
Mi faccio pena da sola!

Insomma, io sono Martina Pellegrini e ho 15 anni compiuti da poco.
Piena adolescenza! Mia madre si mette le mani nei capelli quando le espongo i miei problemi in un monologo tristemente lungo e affrettato.
Mia mamma. Racconto solo a lei i miei veri problemi, quelli proprio veri intendo!
Non potrei raccontare alla figa della classe che mi sento esclusa! Figuriamoci! Cento punti in meno per la falsa Martina in classe!
La scuola occupa quasi tutto il mio tempo e quindi sono la falsa Martina per cinque ore al giorno se non più.
E’ pericoloso perché la vera Martina sta un po’ scomparendo. Ho paura che prima o poi non la ritroverò più. A quel punto diventerò una di quelle ragazze alla moda false che girano copiando i modi di fare della folla.
Ricordo che qualche anno fa mi piacevo. Ero e sottolineo questa parola, originale!
Sì, originale! Piena di idee belle e vere! Chissà come facevo ad essere così …

In classe sono seduta accanto alla finestra.
Per gli altri è un posto irrilevante, ma per me è il letto che fa riposare le membra, perché nessuno può leggermi nel pensiero e accanto alla finestra posso dare libero sfogo alla mia mente che, come ho detto prima, corre anche se senza meta.
È come far uscire l’uccellino impaziente dalla sua piccola e stretta gabbia. Stende le ali e vola via. Scappa dalla sua vita costretta al chiuso.
E così scappo anch’io dalla maschera che mi copre il viso e il cuore ormai sfortunatamente avvelenati dalla società moderna.

L'Isola delle Aquile

D’altronde si ha a disposizione una vita soltanto. Sta a noi uomini decidere cosa farne.
Io l’avevo sprecata e non mi sarebbe più servita perché non potevo riparare agli sbagli che avevo commesso e non riuscivo a tornare indietro. Volevo dimenticare il passato ma non era possibile, ciò che era successo faceva parte di me e nessuno avrebbe potuto mai cancellare i ricordi che turbavano la mia mente.
C’era solo una risposta.
Guardando il mare, mi convinsi che il mondo era fatto di meraviglie, ma la cosa peggiore era che io non me ne ero mai accorta.
In quel momento capii che si poteva sopravvivere di sole emozioni offerte dalla natura. Il vento disseta, il mare nutre e il cielo ha il compito più importante, perché sa infondere gioia, libertà e soprattutto ciò che serviva a me in quel momento: il coraggio.
Camminai lungo la riva davanti alle onde che mi bagnavano i piedi e che tornavano poi al mare. Uno sguardo ancora al firmamento che quella sera presentava il suo tramonto. Non avevo mai visto tanti colori insieme a formare una cosa così naturale e allo stesso tempo sorprendente.
Mi avviai verso la costa a strapiombo e lasciai alle mie spalle la spiaggia formata dalla piccola insenatura e le onde che s’infrangevano sulle pietre.
Salii la gradinata a sinistra. Erano esattamente 120 gradini scivolosi senza sostegno, ma non ebbi paura e finalmente arrivai in cima. Quella era la punta più alta dell’isola in cui vivevo, l’“Isola delle Aquile”. Era chiamata così perché ogni tanto, quando il mare era calmo e regnava il silenzio, compariva un’aquila grande e maestosa la cui apertura alare misurava almeno due metri a quanto dicevano. Io però non l’avevo mai vista e non c’era da sorprendersi, tante erano le belle realtà della vita che mi ero persa.
Dietro di me c’era il vecchio faro. La sua luce era accesa da cent’anni e in questo tempo aveva visto tante cose e uomini e tanti viaggi nel mare, barche a vela e altre navi.
Sulle pareti della torre luminosa c’erano quattro finestre, una per ogni piano fino in alto, dove vennero poi infissi dei pannelli in vetro e degli specchi per riflettere meglio la luce del faro.
L’ingresso era costituito da una piccola porta in legno ormai consumata dalle intemperie ed era praticamente libero a tutti, perché nessuno aveva mai pensato di chiuderlo a chiave. All’interno c’era solo una ripida scala a chiocciola, ma era pericolosa dato che i pioli erano forse più vecchi della porta d’entrata.
Ormai il sole era tramontato ed ero scalza perché avevo lasciato le scarpe vicino alla riva, ma non c’era da preoccuparsi, erano talmente malandate che a nessuno sarebbe venuto in mente di rubarle.
Sull’erba la rugiada dell’ultima pioggia rinfrescò ancora una volta i miei piedi, ma non avevo troppo freddo anche se indossavo solo un leggero vestito. Guardai tutto ciò che mi circondava, il villaggio lontano, le luci nel mare e il mio abito a pois azzurro per cercare qualcosa che mi potesse in qualche modo unire a quel mondo e che mi convincesse a restare. Dopo un minuto capii che mai ci sarebbe stato un legame che mi avrebbe trattenuta.
Calò la notte e a un passo da me c’era il buio assoluto e più in fondo il mare, ma non si vedeva perché la costa era talmente alta da nascondere tutto il paesaggio oscuro davanti a me. Solo il contorno delle isole in lontananza era ancora visibile, ma poco dopo sarebbe stato tutto nero.
Solamente il fruscio del vento mi accompagnava in quella serata estiva. Intorno a me nient’altro.
Respirai a pieni polmoni fino al momento cruciale. Allargai le braccia, sentivo dentro tutto il potere dell’oceano. Alzai lo sguardo. Milioni di stelle nel cielo splendevano come mai prima.
Un altro respiro. In quel momento tutto il passato mi sfrecciò davanti agli occhi: il litigio con mia madre, la sua morte e la mia fuga da casa, fino in quell’isola, su quella costa e poi il mio compleanno. Giusto, quello era il giorno del mio sedicesimo compleanno. Il 10 agosto. Con tutto ciò che era accaduto me ne ero dimenticata. Poco importava ormai.
All’improvviso una scia di luce m’illuminò il viso. Era una stella cadente.
Un ultimo respiro lungo, interminabile.
Un passo in avanti.
Fu così che morii.